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Sull'origine delle popolazioni pre-greche ancora oggi si dibatte ampiamente. L'articolo del prof. Domenico Pancucci, ordinario presso l'ateneo di Palermo, esamina le differenze e le influenze che emergono nel panorama protostorico della Sicilia.
bed con vista dei templi di Agrigento solo in questo piccolo hotel_Agrigento

GENTI E CULTURE NELLA SICILIA PRECLASSICA

Di Domenico Pancucci da Prima Sicilia


La cultura siciliana è, ad oggi, solo in apparenza unitaria; a ben vedere, l'isola è caratterizzata, oltre che da alcuni comparti etnico-culturali (Albanesi di Piana, Sperlinga, Palazzo Adriano Contessa Entellina e Mezzojuso) e linguistici (dialetti gallo-italici di Aidone, Piazza Armerina e San Fratello), da vere e proprie province culturali riconoscibili anche nelle parlate locali. Le differenze, che verosimilmente affondano le radici nella pre e protostoria, sono, in primo luogo, il frutto dei contatti con le genti che, fino all'età moderna, sono sbarcate sulle coste siciliane, ma derivano anche dalla geografia fisica dell'isola che ha favorito la formazione di nicchie culturali e in alcuni casi fenomeni di accantonamento nonché dalla sua posizione, al centro del Mediterraneo, che ha offerto facili approdi a genti provenienti da Est e da Ovest. In Sicilia fin dal neolitico sono pervenute istanze culturali diverse che interagendo e col sostrato locale e tra loro hanno determinato facies archeologiche e culture originali.

Esaminando tuttavia il problema delle diversità areali a più grandi linee, una differenza emerge in maniera evidente, quello tra la Sicilia occidentale e quella orientale. è la ovvia dicotomia tra Sikanìa e Sikelìa ovvero tra Sicani e Siculi, le popolazioni che — a detta delle fonti antiche — insieme agli Elimi stanziati a Nord-Ovest, i Greci trovarono alloro arrivo nell'isola, Ma la divisione etnica e culturale tra un Occidente sicano ed un Oriente siculo è sempre stata netta e precisa o è forse solo il macroscopico esito finale di tutta una serie di apporti culturali, forse minoritari, e di processi storici di formazione molto più articolati che gli storici antichi ignoravano o conoscevano solo in maniera vaga e parziale e hanno voluto tralasciare per semplificare un quadro molto più complesso? Le fonti scritte, che citano i popoli immigrati in Sicilia (Sicani, Elimi, Morgeti, Ausoni), non ci danno nessuna informazione in ordine a tali processi; indicano invece, con estrema chiarezza, due momenti, uno iniziale: (‘arrivo dei Siculi della penisola datato al XIII (Ellanico) o all'XI sec. a.C. (Tucidide), l'altro finale: il quadro etnografico della Sicilia nell'VIII sec.; nessuna notizia storica possediamo per i secoli che separano le due "colonizzazioni" siculo e greca. La conoscenza è dunque affidata solo all'indagine archeologica e all'interpretazione dei dati da essa ottenuti. Ciò non significa disconoscere l'importanza delle fonti, bensì ridar loro credito intendendole nel giusto valore; al contrario prestare fede incondizionata potrebbe equivalere a rifiutarle in blocco; visto che, intese alla lettera, molte delle asserzioni degli antichi non reggono il confronto con i fatti (archeologici). Bisogna, a nostro avviso, adoperare i testi scritti, relativi al periodo di cui ci occupiamo, con molta cautela cioè come indicazioni di massima. Così come la leggenda di Dedalo, Minosse e Kokalos adombra i rapporti intercorsi tra la Sicilia e il mondo miceneo, allo stesso modo le notizie relative ai Siculi indicano sostanzialmente movimenti di gruppi umani dalla Penisola italiana verso la nostra Isola. A parte il fatto ovvio, che gli scritti a noi pervenuti rispecchiano sempre il pensiero degli autori e la temperie culturale e politica del momento e quindi danno una versione, se non distorta almeno piegata all'interesse e alla visione personale di chi scrive, non bisogna dimenticare che i fatti tramandatici, oltre a derivare dalla tradizione orale, si riferiscono ad un periodo in cui la confusione era tanta e tale che gli stessi storici hanno avuto il loro da fare nel cercare di rintracciare in buona fede la verità; gli storici antichi facevano allora lo stesso lavoro che cerchiamo di fare noi oggi, cercavano cioè di sceverare, in base alla loro acribia critica, tra tutta una serie di notizie quelle che secondo loro erano le più rispondenti al vero. Gli errori sono dovuti sia all'ignoranza dei fatti, sia a volontari travisamenti per motivi ideologici o di propaganda: è dunque impossibile cercare nelle fonti una precisa corrispondenza con dati che via via emergono dall'indagine archeologica Bisogna cercare di sfrondare i testi scritti da quegli elementi che sono il risultato dell'indagine "scientifica" degli storici antichi, cioè i particolari, e accontentarsi di quel tanto di generale che ci dicono, che poi non è poco, e semmai cercare di capire da dove nascono le confusioni o le forzature.

Alla luce di queste convinzioni, dall'analisi di tutte le testimonianze storiche in nostro possesso relative alla discesa dei Siculi o comunque di genti nuove dalla Penisola italiana in Sicilia, mi pare si possa trarre di sicuro soltanto questo: nel XIII e nell'XI secolo due ondate migratorie interessarono la Sicilia, ma probabilmente si sarà trattato delle due ondate più massicce di cui la tradizione orale e poi gli storici hanno tramandato il ricordo; perché, infatti non ipotizzare che siano avvenuti anche altri passaggi, anche se di così piccola entità da non essere ricordati ?

È probabile che dal XIII all'XI, ma anche e soprattutto dopo l'XI sec. a.C., si siano verificati vari passaggi, o incursioni, in Sicilia, forse dettati da necessità politiche interne o anche da fattori economico-commerciali, di alcuni gruppi umani, grandi e piccoli, quanti non potremo mai dire, probabilmente appartenenti ad un unico ceppo, ma certamente non definiti dal punto di visto etnico. Ed è questa indeterminatezza politica ed etnica, esistente sia tra le genti che passano in Sicilia sia tra quelle che verosimilmente le premono e le incalzano determinandone l'allontanamento dal continente, che genera la confusione involontaria delle fonti che —come noi moderni abbiamo fatto fino a qualche anno fa — cercano caparbiamente, sulla base del loro modo "moderno" di vedere le cose, e spesso sulla base delle loro esigenze politico-culturali, di dare un nome e un'identità etnica a dei gruppi umani che tale identità ancora non hanno.

Il fatto che gli storici antichi dicano — contraddicendosi tra loro — che gruppi abitanti la Penisola: Liguri per Filisto, Elimi ed Ausoni per Ellanico, Siculi per Tucidide, siano stati cacciati in Sicilia da Pelasgi e Aborigeni per Dionigi, Umbri e Pelasgi per Filisto, Enotri per Antioco e Opici per Tucidide, sta ad indicare soltanto lo stato di generale sconvolgimento della Penisola nel tardo bronzo, originato dall'arrivo di genti nuove e quasi sicuramente in rapporto agli spostamenti dei Popoli del Mare nel bacino del Mediterraneo. Situazione questa, che se da un lato genera — o forse influenza — in Italia meridionale, il processo interno già iniziato, di trasformazione insediamentale e socio-politica e l'emergere di élites guerriere che assumono il potere e si avvicinano al modello di vita miceneo, dall'altro determina il movimento di alcuni gruppi minoritari che dallo Penisola si mettono in marcia verso meridione. Probabilmente queste genti non hanno ancora neanche un nome, si tratta di gruppi che hanno subito e continuano a subire — per cause esterne o per lotte intestine — quella serie di "aggregazioni scomposizioni e riaggregazioni" cui allude R. Peroni e che di volta in volta derivano il loro nome dal regnante di turno: Siculo, Morgete, Ausone ecc.

Scendono in gruppi più o meno numerosi nelle Eolie e in Sicilia, portando con loro un elemento di prestigio e di forza, la tecnologia metallurgica, nonché una cultura certo di tipo sub-appenninico e peninsulare ma anch'essa parzialmente miceneizzata.

Il primo sbarco a Lipari, dove gli "Italici" subentrano, dal punto di vista commerciale, ai Micenei ormai in crisi, fu di tipo bellico e non poteva essere di altro tipo vista la limitatezza geografica dell'isola, da questo si origina la facies dell'Ausonio I. In Sicilia, il pericolo fu probabilmente più apparente che reale: si trattava di piccoli gruppi di guerrieri che, ben armati, riuscirono ad incutere terrore ai pacifici abitanti "thapsiani" della Sicilia orientale, abituati o vivere nello tranquillità dei commerci transmarini, traffici che comunque cominciano adesso a subire una recessione.

Alcun i gruppi (le élites dominanti?) che abitano la costa orientale della Sicilia (leggi Thapsos) si ritirano all'interno (leggi Pantalica), dove sulla scorta della precedente esperienza culturale vissuta sotto gli influssi micenei e mediterranei in generale, si organizzano in piccoli "regni" ad economia agricolo-pastorale e preparandosi a resistere ad eventuali invasioni, sviluppano la loro diffidente cultura autarchica, impermeabile da allora e per molto tempo alle novità peninsulari; è forse questo il momento in cui comincia a formarsi la coscienza culturale e probabilmente anche etnica sicana, alla cui base sta comunque l'esperienza thapsiana. Altri gruppi (le classi subalterne?) continuano invece a vivere, sfidando il pericolo, sulla costa, ma i commerci transmarini declinano e il tenore di vita delle popolazioni costiere ne risente. Tuttavia tanta paura, o meglio tanto terrore, da spingere un gruppo notevolmente evoluto a isolarsi in una zona tanto affascinante ora, quanto inospitale nell'antichità, sembra ingiustificato e sproporzionato davanti al solo pericolo delle incursioni italiche; perché non pensare ad un'altra e ben più grave minaccia? Perché non pensare, con L. Braccesi, ad un mutato atteggiamento dei pacifici trafficanti micenei ormai allo sbando?

Nella Sicilia occidentale, infatti, dove il pericolo ausonio-italico non è avvertito, almeno per il momento, è proprio il contatto con l'elemento miceneo che contribuisce, da un lato ad una presa di coscienza etnica e culturale delle popolazioni locali, dall'altro ad un isolamento in tutto simile a quello di Pantalica, la cui cultura si diffonde ora in questa parte della Sicilia. è probabile infatti che ad un primo momento di pacifici e produttivi contatti e scambi culturali e commerciali — generati dalla necessità di approvvigionamento da parte dei Micenei di materie prime quali lo zolfo, l'allume e il salgemma dell'Agrigentino e del Nisseno — ne succeda, in questo lasso di tempo, un altro di ostilità e di paura connesso al decadere dei regni micenei, le cui popolazioni ora vanno per mare non solo per commerciare ma forse anche per conquistare nuove terre. Situazione questa che potrebbe essere adombrata nella seconda parte della leggenda di Cocalo e Minosse — se è lecito attribuirla al periodo miceneo — allorquando i Cretesi si recano in forze in Sicilia per vendicare Minosse e poi si fermano a Minoa e ad Engyon.

Ma torniamo ai gruppi ausonio-italici che tra il XIII e il XII o tra il XIII e l'XI sec. Si stanziano a Lipari (Ausonio I) e nella Sicilia settentrionale e orientale: si veda la Necropoli protovillanoviana di Milazzo, databile tra la fine del XII e gli inizi del X sec. che mostra nella cultura materiale elementi derivati dall'ambiente apulo-materano e le testimonianze ausone di Motta di Rometta, di Barcellona, Naxos e Paternò.

Nel corso del XII o XI, seconda che si accetti la datazione di A.M. Bietti o quella di Bernabò Brea, subentra a Lipari l'Ausonio II che si imposta su uno strato di distruzione e presenta caratteri nuovi ma che sembrano tuttavia preannunciati nella facies precedente; è probabile che l'occupazione militare dell'Ausonio I avesse di lì a poco ceduto il posto ad un "protettorato" politico che potrebbe essere adombrato nella leggenda (Liparo lascia infatti a regnare su Lipari il genero Eolò); una rivolta interna contro il regime può avere generato la necessità di una repressione operata da nuovi contingenti ausonio-italici giunti dalla Penisola; il che spiegherebbe, nonostante lo strato di distruzione che sigilla la fine dell'Ausonio I, la continuità culturale tra i due momenti ausoni e definirebbe il II periodo come l'evoluzione di un processo culturale locale, sviluppatosi attraverso una serie di contatti, uno dei quali sicuramente bellico con la Penisola e con la Sicilia.

Dalle Eolie, gli "Ausoni" — superati i monti Nebrodi o i Peloritani (ambìti per i metalli?) — diffondono la loro cultura in Sicilia. Nel corso dell'Ausonio II cioè agli inizi del X sec. a.C., si datano infatti la Necropoli 4 Mulino della Badia a Grammichele con seppellimenti di tipo misto, il Villaggio di tipo ausonio-italico di Meta Piccola a Lentini e il vicino Riparo di Punta Castelluzzo, che mostrano caratteri chiaramente ausoni ma contengono anche tipi locali derivati da Pantalica ed elementi di diretta provenienza peninsulare. è probabile infatti che nel frattempo continuino i contatti e gli arrivi dall'Italia di piccoli gruppi che si fondono con le comunità locali; qualche gruppo marcia forse lungo la costa tirrenica della Sicilia e chissà che ad uno di questi — anch'esso privo di una precisa coscienza etnica — che si insinua nella Sicilia occidentale proveniente dalla zona apulo-materana con le sue tradizioni proto-geometriche, sia da ascrivere quella popolazione, che fusasi con i Sicani del luogo acquisterà solo più tardi, e in gran parte sotto lo stimolo e la sollecitazione greca, una coscienza etnica che sarà definito elima. Arrivi di genti o di istanze culturali peninsulari nella Sicilia occidentale sembra peraltro mostrare il piccolo "campo d'urne" rinvenuto da E. Gabrici a Santa Margherita Belice. Al X secolo a.C. dovrebbero risalire le prime testimonianze "morgetiche" a Morgantina ed è di questo periodo anche la Necropoli di tombe a camera di Cassibile la cui facies archeologica mostra, a cominciare dal tipo di seppellimento, elementi più vicini alla tradizione locale — e thapsiana in particolare — che non a quella ausonio-italica, elementi questi ultimi rappresentati a Cassibile dalla ceramica piumata e dalle fibule a gomito che essendo ancora di incerta origine è opportuno definire genericamente "siculi". Il racconto diodoreo — che peraltro sembra derivare da ambiente siculo, relativo ai sei figli di Eolo che regnano sulla costa calabra, a Lipari e in Sicilia: a Agathyrnide Xouthia e lungo la costa settentrionale fino a Lilibeo —, e, nelle linee generali, corrispondere bene a quello che abbiamo finora detto. Anzi l'accenno ad un regno ausonio in Calabria potrebbe sottintendere un fenomeno di ritorno culturale (vedi alcuni corredi tombali di Tropea che presentano analogie sia con reperti di Milazzo sia con quelli che di Lipari).

Pantalica — accerchiata dai nuovi venuti — si eclissa; la ricca Necropoli sicana di Caltagirone si esaurisce proprio in coincidenza con l'impiantarsi di quella di Mulino della Badia; quella del Dessueri, che sembra nascere in coincidenza con l'abbandono di quella di Caltagirone, mostra inizialmente caratteri di tipo Pantalica-Caltagirone per poi ausonizzarsi e siculizzarsi.

Si e verificato in Sicilia, non sappiamo fino a che punto in maniera traumatica, ma sicuramente sotto una spinta politico-militare ed ad un tempo economico-commerciale, una penetrazione di uomini, cose ed idee sicuramente dalle Eolie e dall'Italia, ma non sono da escludere apporti mediterranei e orientali, almeno nel campo della cultura materiale, che finiscono per amalgamarsi col tessuto culturale preesistente.

Comincia così a formarsi nella Sicilia orientale una nuova cultura dovuta all'interscambio dei vari gruppi, dove ad un primo momento di assorbimento passivo — forse imposto con la forza — e di ricettività da parte dell'elemento locale di stimoli e novità provenienti dall'esterno, alcuni dei quali di notevole portata tra cui il ferro, ne succede un altro dove la componente locale più importante, quella ideologica, riemerge. Nelle necropoli, ormai ausonizzate e siculizzate, si ritorna al vecchio e tradizionale rito del seppellimento nella tomba a camera. Si comincia così a formare una coscienza non so fino a che punto etnica, ma senz'altro culturale: quella sicula. Questa cultura, denotata in campo archeologico da due principali fossili guida: la ceramica piumata e la fibula a gomito, si evolverà presto nella facies di Pantalica Sud, che testimonia la siculizzazione di Pantalica stessa, e successivamente, con l'arrivo dei Greci, in quella di Monte Finocchito e infine in quella di Licodia Eubea.

La cultura sicula all'inizio dell'età del ferro è già arrivata, come testimoniano i rinvenimenti di Manfria, Capodarso e Sabucina, fino al Salso ma là si fermerà per sempre. Non pare al momento di cogliere altre significative testimonianze più ad Ovest, dove invece l'accantonata cultura sicana del bronzo recente, si evolve nella facies di S. Angelo Muxaro-Polizzello. Tuttavia la cultura sicula fino al Salso sembra riguardare soltanto pochi apporti materiali, veicolati dal commercio dei metalli, e non veri e propri spostamenti di gruppi umani che invece con ogni verosimiglianza si fermano nel territorio calatino. Sarà dopo l'arrivo dei Greci e sotto la loro spinta "interessata" che si realizzerà la vera ondata offensiva dei Siculi nei confronti delle popolazioni occidentali sicane. La zona centrale dal Gela al Salso rimarrà per tre o quattro secoli una zona di confine abitata da gruppi di pastori-agricoltori che non hanno ancora acquisito una coscienza etnica e rimangono culturalmente agganciati alla sfera culturale "indigena" cioè sicana, pur continuando ad avere contatti con i Siculi e ricevendone numerosi apporti. Lo dimostrerebbero le Necropoli di Realmese e il I strato della Necropoli di Butera, centri che sembrano rimanere nell'orbita sicana, pur mostrando rapporti, almeno nel campo dello produzione metallurgica, con il mondo siculo. Una coscienza etnica la acquisteranno a contatto e in gran parte sotto la sollecitazione dei Greci.

In relazione ai rapporti intercorsi tra i Greci e gli indigeni al momento dello colonizzazione, superato, il vecchio luogo comune per cui i bellicosi Dori tentarono immediatamente di sopraffare gli indigeni e, invece, i più miti Ioni stabilirono subito rapporti di alleanza, è chiaro che bisogna analizzare bene gli esiti nelle varie zone. L'approccio fu diverso da zona a zona o da colonia a colonia e senz'altro dettato da motivi politico-militari. In generale ritengo, però, si possa affermare che l'impatto fu pacifico ad eccezione dei casi in cui lo sbarco avvenne in zone di particolare importanza strategica e commerciale — già sotto la giurisdizione delle popolazioni locali — e il cui possesso era fondamentale per gli uni o per gli altri. Verosimilmente i nuovi venuti, numericamente limitati, non avranno avuto interesse ad ingaggiare lotte gratuite: gli stessi Siculi abituati ad apporti ed arrivi non avranno opposto nessuna resistenza, se non nei casi in cui i loro interessi venivano direttamente danneggiati. Il primo scopo dei Greci fu intanto quello di sbarcare e organizzarsi, in un secondo momento fu affrontato il problema dell'espansione territoriale che chiaramente veniva o cozzare con gli interessi degli indigeni e, di volta in volta, esso fu risolto con le armi o con la diplomazia a seconda delle situazioni che si vennero a creare.

Se nella cuspide sud-orientale l'impatto dei Siracusani con gli indigeni fu violento fin dal primo momento e continuò in questi termini nell'ambito dello politica di penetrazione siracusana: si vedano le distruzioni di Pantalica e di Monte Finocchito; l'arma diplomatica — imposta dalla situazione contingente — fu invece usata dall'elemento calcidese. Fin dall'inizio è possibile intravedere rapporti di alleanza tra Calcidesi e Siculi per la fondazione di Lentini; poi Calcidesi e Megaresi uniti contro i Siculi e in seguito Megaresi aiutati dai Siculi di Pantalica, minacciata dall'espansionismo siracusano. è soprattutto sulla linea diplomatica delle alleanze che si muoverà l'elemento greco in Sicilia, appoggiandosi ora ai Sicani ora i Siculi per realizzare i propri interessi. I Calcidesi con questo sistema, fatto di alleanze anche e soprattutto commerciali attraggono nello loro orbita culturale i Sicu1i, bloccando in pratica Mégara Hyblaea e bloccandosi poi loro stessi nella Sicilia centrale che è ancora sicana — e dove i loro interessi cozzano contro quelli di Gela. Parecchi dei centri a Nord e a Nord-Ovest di Gela mostrano apporti calcidesi, mi riferisco a Morgantina, Realmese, Monte San Mauro e a Monte Bubbonia, sito quest'ultimo dove la presenza nell'abitato e nella necropoli di coppe sub-geometriche protocorinze, databili tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII, non credo possa collegarsi alla presenza Geloa, ma essere piuttosto connessa a una c.d. ellenizzazione da parte calcidese.

Agli inizi del VII, in questa zona — dove l'esistenza di una serie di siti strategicamente importanti per il possesso della piana di Gela e per l'accesso a Nord e ad Ovest (Butera, Dessueri, Caltagirone, Bubbonia, Realmese, Aidone ecc.), giustificano l'intervento armato delle popolazioni interessate — sotto la spinta e la sollecitazione greca si accende verosimilmente il conflitto tra Sicani e Siculi. è possibile ipotizzare soltanto generiche alleanze, tenendo conto che gli schieramenti, dettati da necessità contingenti, saranno cambiati con estrema facilità; può darsi si sia trattato ancora di un'alleanza siculo-calcidese contro un blocco sicano-geloo, ma forse più probabilmente, visti gli esiti finali, di un intesa siculo-geola che assicurò agli uni la conquista definitiva di questa parte della Sicilia, agli altri il possesso della pianura di Gela e la possibilità di intraprendere quella politica imperialistica che porterà Gela ad espandersi verso Messina e Siracusa.

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