Favara
 

Agrigento e le guide turistiche

Visite guidate del castello chiaramontano a Favara con le guide turistiche di Agrigento.

Visite guidate dei comuni in prov. di Agrigento.

Itinerari turistici storico-monumentali con le guide turistiche di Agrigento.
Hotel Agrigento

Popolazione: 33.000 abitanti ca.

Si trova a circa 10 Km dalla Valle dei templi di Agrigento e a m. 330 s.l.m.

Il toponimo di chiara derivazione araba Fewar e Rahal Fewwara significa polla d'acqua scaturente o casale con acque scaturienti. La prima testimonianza umana si ha grazie ad alcuni ritrovamenti di ceramica dipinta nello stile Castelluccio in una grotta di contrada Ticchiara risalenti al 2400-1900 a.C. custoditi nel Museo archeologico di Agrigento. Il territorio fu interessato dalla dominazione greca con la presenza a Caltafaraci, una montagna di 533 m di altitudine, dalle pareti molto scoscese a nord-ovest del paese, di una città fortificata con valore strategico-militare. Qui le testimonianze archeologiche vanno dal 190-1450 a.C. fino al XIII sec. Il periodo musulmano è testimoniato dall'insediamento di contrada saraceno dove si trovano i resti di una villa romana del I sec-inizi II e di un casale medievale del periodo svevo. In epoca araba, nell'ambito del territorio favarese dovettero esistere due distinti casali. Il primo collocato nella zona Canali dove si trova una sorgente dall'omonimo nome che è stata usata dagli abitanti in particolare dai contadini per abbeverare le bestie da soma o per trasportare in apposite quartare l'acqua nei terreni agricoli non molto lontani dal paese; i secondo casale invece pare si trovasse alla falde della collina Caltafaraci. Col tempo il nome di Rahal Fewwar si cambiò in Favara o Febaria però senza alcuna ingerenza del casale di Caltafaraci. Ciò avvenne quando furono cacciati i musulmani. In documenti del 1250 si parla di Favara o Fabaria. Altri studiosi ritengono che il nome derivi da quello di un condottiero arabo. I Normanni introdussero in Sicilia un nuovo sistema economico, il Feudalesimo, già presente in Italia e in buona parte d'Europa, modificarono quindi gli equilibri tra i diversi ceti sociali, attuando le riforme monetari introdotte da Ruggero II. In questo clima di organizzazione feudale, maturarono le condizioni affinché col nuovo assetto si consentisse ai feudatari di costruire i loro castelli in zone di maggior comunicazione e soprattutto fornite d'acqua. Favara potrebbe rappresentare il caso tipico per la sua nascita di centro feudale. In realtà si costruì solo il castello e si dovette aspettare un paio di secoli per vedere popolarsi il territorio di numerosi nuovi abitanti. L'inurbamento stentò a svilupparsi. Gli sparpagliati abitatori delle grotte, delle campagne, dei monti o dei vicini casali e villaggi, all'invito di Federico II Chiaramonte, incaricato di incrementare la Terra di Favara, si precipitarono al suo cospetto. Federico aveva ottenuto dal Rela Jus populandi, un modo semplice e sbrigativo di conquistare la disponibilità degli sbandati che fuggivano airigori della legge e del fisco per aver commesso reati di varia natura che avrebbero goduto dell'immunità d'asilo. L'unica condizione era quella di restare a Favara per abitarla e aumentare il numeri di abitanti, obbedire e servire con fedeltà il nuovo signore e padrone. Diffidenti, sospettosi e timorosi restarono per molto tempo nei loro rifugi per capire quali fossero realmente le intenzioni dei Chiaramonte. La Terra di Favara contava appena 51 fuochi che diminuirono a 40 nel 1439 a conferma del clima poco vivibile in quella fetta del territorio. Veniva considerato fuoco ogni abitazione o supposta tale dalla quale usciva fumo dal camino, ovvero, un riparo stabile in cui vivevano una o più persone. Si trattava di miseri tuguri con caratteristiche simili ai pagliai, addobbati alla meno peggio con pagliericci per letto, un tavolo e alcune panche, un cumulato. Sorsero le prime case nell'attuale piazza della libertà, nella zona detta conzu, luogo di conciavano le pelli. Favara era una terra baronale con mero e misto imperio. Il segno visibile del mero e misto imperio era rappresentato da una forca che si elevava in bella vista dall'abitato di ogni Terra. Re Martino cercò di limitare il potere baronale. Sotto il regno di Filippo IV, il re spinto dal bisogno di denaro vendette in Sicilia i beni del demanio ed il privilegio del mero e misto imperio. Girgenti si spopola in periodi diversi. Due date in particolare vengono ricordate: 1393 e 1423, quando i girgentani flagellati dalla fame e dal bisogno, di dispersero ed incrementare nuovi casali nel territorio attorno alla città. Ma la data più importante è il 1540 quando Favara vide un incremento improvviso di circa 1500 persone. I nuovi abitanti si diedero alla coltivazione delle campagne nelle zone nord-est e nord-ovest preservandosi così da eventuali possibili saccheggi da parte dei turchi e dei corsari. Con la cacciata e le deportazioni dei musulmani ribelli a Lucera, sotto l'imperatore Federico II, si spopolarono molte campagne e le terre confiscate furono concesse come feudi a militari ed ecclesiastici. La Regia riserva di caccia Mesita veniva occupata dai fratelli Manfredi e Giovanni Chiaramente negli anni 1282/83. Il territorio di Favara rientrava nella proprietà della madre Marchisia Prefolio e i Chiaramente cercarono di ripopolare la zona concedendo la cosiddetta villa franca. Nell'800 gli abitanti si concentrarono poi attorno al castello a causa del fenomeno del brigantaggio e in questo periodo si aprì la nuova strada oggi detta Corso Vittorio Emanuele che consentì di raggiungere comodamente i rione Carmine. Gli abitanti cominciarono a lavorare nelle miniere di zolfo e si iniziò lo sfruttamento dei carusi, ragazzi di 7-8 anni. Dal XVI al XVII sec. Favara fu retta da 4 Decurioni: un Sindaco, un Inquisitore di delitti, un Prefetto, scelti dal Marchese, più un Vicario del Vescovo che esercitava la giurisdizione del Clero.

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Le feste religiose

SANT'ANTONIO

Mese di giugno

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Le feste popolari

LA SAGRA DELL'AGNELLO PASQUALE

Settimana santa

è il tipico dolce locale farcito con pistacchio. Recentemente Favara è stata denominata come Città dell'Agnello Pasquale candidandosi al Guinness dei primati per aver realizzato un esemplare di 202 Kg. e ogni anno si organizza la Sagra dell'agnello pasquale durante la settimana Santa.

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I monumenti


 

CHIESA MADRE

è dedicata alla Madonna Assunta. L'attuale chiesa data della fine del XIX secolo ed ha sostituito quella più antica della fine del ‘500.

All'interno tra l'altro vi si custodisce la statua di S.Antonio di Padova, patrono di Favara. realizzata nel 1898 da C.Sorci Genovese di Palermo. Nella sottostante urna si vede la statua di Santa Filomena (di cui si dubita sull'esistenza storica) del 1898.

Una lapide di marmo ricorda i fratelli Giudice che contribuirono alla costruzione della chiesa.

L'altare maggiore ospita la statua della Vergine Assunta opera dell'artista Coodorer da Ortisei.

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CHIESA DELLA MADONNA DEL ROSARIO

è ubicata nella piazza centrale del paese ed è monumento nazionale.

Fu costruita tra il 1705-1711 e decorata nei decenni successivi. Interessante il soffitto a cassettoni con Santi dipinti ed i sontuosi stucchi barocchi. Custodisce importanti opere d'arte.

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CHIESA DELLA MADONNA DELL'ITRIA

La Chiesa della Madonna dell'Itria risale al sec. XIV.

Da Sant'Angelo Muxaro, altro paese della provincia di Agrigento deriverebbe il culto della Madonna dell'Itria a Favara. Tale teoria deriva dal fatto che la statua della Madonna di Favara è pressocché uguale a quella custodita nella chiesa omonima di Sant'Angelo.

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CHIESA BEATA VERGINE DEL CARMINE

La Chiesa della Beata Vergine del Carmine, risale al sec. XVI, ma è stata completata nei secoli XVIII-XIX.

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CASTRUM FAVARAE

è sede di rappresentanza del Comune cui appartiene ed ospita eventi culturali e manifestazioni anche a carattere nazionale.

Ubicato nella piazza Cavour, ha forma quadrata con lati di 31 m. circa e fu edificato secondo alcuni studiosi intorno al 1270 come dimora di caccia di Federico II di Svevia. Altri studiosi sostengono che in realtà fu edificato dalla famiglia Chiaramonte nel XIV secolo.

Appartenne in seguito ai Moncada-Peralta, ai Perapertusa, ai De Marinis, ai Pignatelli e alla famiglia Cafisi.

Ha ingresso a Sud che si apre sulla piazza centrale del paese.

Si segnalano all'interno del palazzo alcuni stemmi tra cui quello di Federico II, cioè l'aquila imperiale che con gli artigli ghermisce la lepre, quello della famiglia Chiaramonte che rappresenta 5 monti, e quelli dei Perapertusa-Castellar, dei Perapertusa-De Marinis e dei Tagliavia-Aragona.

Presenta un piano terra, un primo piano e un piano ammezzato.

Nell'androne d'ingresso si nota su una parete un affresco che raffigura San Giorgio protettore dei Chiaramonte.

A pianterreno sono ubicate varie stanze tra cui due cucine di cui una ubicata nell'antica guardiola e in seguito usata come prigione, la sala da pranzo e la dispensa.

Il primo piano era il piano nobile e presenta 7 stanze messe in comunicazione tra loro tramite un corridoio. Vi si trova pure la cappella con cupola intonacata nella sua parte esterna di colore rosso.

Oggi alcune sale sono usate come sale di rappresentanza dal Comune.

L'ammezzato fu invece per un certo tempo usato come carcere femminile.

CRONOLOGIA

  • XIII-XIV costruzione del castello;
  • 1311 è nelle mani di Giovanni Chiaramonte;
  • 1312 1353 passa a Simone Chiaramonte;
  • 1356 passa a Federico III Chiaramonte Palizzi;
  • 1363 passa al figlio di Fedrico III, Matteo Chiaramonte Moncada;
  • 1377 il feudo e il castello passano a Manfredi Chiaramonte;
  • 1392 re Martino I concede la terra ed il castello a Raimondo Moncada Peralta;
  • 1398 Martino e Maria concedono la baronia e la terra ad Emilio Perapertusa;
  • 1408 Emilio Perapertusa vende la baronia e la terra al fratello Bernardo Berengario che la trasmette al figlio Guglielmo Perapertusa Ventimiglia;
  • 1453 la baronia e il castello passano a Giovanni Perapertusa Castellar;
  • 1480 Guglielmo figlio di Giovanni Perapertusa si investe della baronia e del castello;
  • 1486 a Guglielmo Ajutamicristo a condizione di poterlo riscattare come avvenne qualche anno dopo;
  • 1509 donna Lucrezia figlia di Guglielmo si investe della baronia;
  • 1520 il feudo e il castello passano a Pietro Ponzio De Marinis figlio di donna Lucrezia;
  • 1566 Maria de Marinisi Moncada si investe della baronia;
  • 1600 il feudo e il castello passano a Carlo Tagliavia Aragona De Marinis;
  • 1654 Giovanna Tagliavia Aragona si investe per rinuncia del padre Diego;
  • 1695 il marchesato passa a Giovanna Pignatelli;
  • 1801 Diego Pignatelli Piccolomini si investe della signoria;
  • 1829 Giuseppe Aragona Pignatelli vende a Stefano Cafisi i possedimenti ed il castello ma non il titolo;
  • 1890 i beni di Giuseppe passano al figlio Stefano ed alla morte di quest'ultimo alla figlia Maria Cafisi;

 

Attualmente è di proprietà del Comune.

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LA VILLA ROMANA DI MONTE SARACENO

è stata scavata a partire dal 1985 dagli archeologi Giuseppe Castellana e Brian E. Mc Connel.

La superficie indagata risulta fino ad ora di 600 mq circa.

Sorge sulle estreme pendici nord-orientali del colle Caltafaraci; la zona è ricca di sorgenti e fertile ed era collegata con un diverticolo alla via Agrigentum-Catana menzionata nell'Itinerarium Antonini che doveva corrispondere grosso modo nella parte iniziale all'attuale tracciato della strada Favara-Castrofilippo.

L'insediamento antico ricade nel cuore della villa settecentesca che fu del Marchese Cafisi e che attualmente appartiene alla famiglia Bosco-Fanara.

Lo scavo ha evidenziato tre fasi dell'insediamento antico:

le prime due fasi si riferiscono ad una villa databile tra la fine del I sec - inizi del II sec. d.C. e la seconda metà del IV sec. d.C., la terza fase ad una modesta fattoria del V-Vi sec d.C.

Alla villa di prima fase appartengono un edificio termale con ambienti mosaicati e un contiguo complesso rurale-artigianale (II sec d.C-inizio IV sec d.C).

Alla villa della seconda fase è pertinente la risistemazione dello stesso edificio termale (muri di pietrame di modeste dimensioni cementato con malta) e dello stesso complesso rurale-artigianale in età costantiniana la cui vita cessa in base alla moneta più tarda ritrovata dopo il 363 d.C. è la fase meglio documentata sia per la consistenza delle strutture messe in luce sia anche per i materiali rinvenuti. Il pavimento era in calcestruzzo. La villa di seconda fase ebbe vita corta che va spiegata alla luce di un evento straordinario che pose fine tragicamente alla sua esistenza, probabilmente il terremoto del 365 d.C. attestatoci da numerosi scrittori e che distrusse molte città del Mediterraneo.

La terza fase è rappresentata da resti di due grandi ambienti e da 5 basamenti pressocché circolari in pietra calcarea destinati a sorreggere altrettanti pytoi uno dei quali ancora in situ. Si tratta di ambienti usati come magazzini e per attività rurali

Con il metal detector sono state trovate numerose monete.

Nella villa di prima fase sono state trovate monete soprattutto del III sec d.C. La moneta più antica è un bronzo dell'imperatore Domiziano alla cui età è da riportare la costruzione della villa.

Riguardo la villa tardo costantiniana, cioè della seconda fase la moneta più antica ritrovata è un follis della zecca di Roma. La numerosa ceramica sigillata di produzione africana conferma i dati forniti dalle monete.

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