AKRAGASDa un articolo di Antonino Di Vita da I Greci in Occidente |
I loro porti (epineia) nel VI secolo sembrano anzi particolarmente attivi e anche l'emporion di Agrigento, scoperto 6 chilometri a sud della città, a Montelusa (cara ad Andrea Camilleri), alla foce del fiume formato dalla confluenza dell'Akragas e dell'Hypsas, appare essere stato presto efficiente. Ciononostante la grande ricchezza (e conseguente forza politica) raggiunta da Akragas già alla metà del VI secolo, sotto la tirannide di Falaride fu soprattutto legata alla fertilità dei suoi campi che l'Akragas e l'Hypsas (i due fiumi tra i quali si insediarono i primi coloni venuti da Gela e, fors'anche, direttamente da Rodi) potevano rendere facilmente irrigui, secondo un uso attestatoci a Camarina e che sarà stato praticato largamente ovunque possibile nella Sicilia greca.
L'area occupata dagli oikistai, Aristonoo e Pistilo, intorno al 580 fu una valle largamente aperta in leggero declivio verso il mare, ben delimitata dai due fiumi, e protetta a nod dall'alto rilievo di cui fa parte la rupe Atenea ad est e la collina di Girgenti ad ovest, ove sorse l'acropoli, e dalla lunga collina dei templi a sud.
La polis di Akrags fu progettata ab origine per essere grandiosa con vocazione agricola infatti circa 450 ettari furono destinati alla città a riprova di ciò l'assenza sia di necropoli una tomba sia di temene per gli dei, tranne che nel poggetto di San Nicola, quasi in mezzo alla valle a quota 123 metri s.l.m., luogo naturalmente destinato ben presto a divenire il centro della vita comunitaria e politica della città, giacché, anche se bouleuterion ed ekklesiasterion sono da attribuire alla città ricolonizzata da Timoleonte, è verosimile che uno spazio comunitario esistesse in quest'area fin dalla fase arcaico-classica. Sia che si trattasse, come è possibile, almeno in un primo momento, della monumentale stoà a L eretta sul finire del VI secolo sulle pendici nord del poggio e del connesso piazzale su cui essa affacciava, sia che sul piazzale fosse sorto in età classica un primo buleuterio.
La valle fu tutta circondata da mura imponenti già dalla seconda metà del VI secolo ma essa fu sottoposta a un processo razionale, e grandioso, di urbanizzazione solo un cinquantennio dopo. Il che, d'altronde, si riflette nelle 9 porte urbiche, di cui la V° scea, chiaramente orientate secondo percorsi provenienti e diretti verso il territorio piuttosto che legate alla maglia cittadina, più tarda. Agli dei furono riservati i rilievi non idonei alle colture, dato l'affiorare della roccia, e d'altra parte appropriati a dare risalto ai piccoli sacelli e tempietti che dalla metà del secolo furono eretti, spesso racchiusi in temene, sulla collina meridionale fra Villa Aurea, la Colimbetra e lo sperone a nord-ovest di questa, soprattutto non lontano dalle porte IV e V. E subito fuori la linea delle mura meridionali, ma a esse addossate, si raggrupparono già prima che finisse il VI secolo, officine di coroplasti, mentre la necropoli coeva alla fondazione della colonia è stata rinvenuta ad appena 300 metri dalla porta VI e si stendeva verso Occidente.
A partire dalla fine del VI secolo i sacelli sulle colline si trasformarono man mano in templi e la valle - da quota 70 a sud a quota 190 in alto - si urbanizzò gradualmente, sulla base di un articolato programma al quale Agrigento, attraverso distruzioni spaventose e il fluire dei secoli, rimase legata fino alla tarda antichità. È merito di Ernesto De Miro averci dato la sicurezza che l'impianto per strigas, appoggiato su sei plateiai est-ovest larghe circa 7 metri (ma la II e la IV assai più ampie) e su numerosi stenopoi nord-sud, identificato sulle fotografie aeree da Giulio Schmidt negli anni cinquanta, è da far risalire al cadere del VI secolo. Allora, al centro della valle, grazie anche a possenti opere di consolidamento del suolo, sorsero, in isolati che si stendevano a terrazze da nord a sud, le più nobili case di Akragas, dai muri in grandi blocchi squadrati, quelle che giustificavano il notissimo aforisma di Empedocle sui suoi concittadini dediti al lusso come se dovessero morire l'indomani e a costruire dimore come se dovessero vivere in eterno (Diogene Laerzio, VIII, 63).
Allora la porta di Gela, la II, e i quartieri sudorientali furono legati attraverso un'arteria, diritta e larga ben 12 metri, al complesso degli antichi santuari presso la porta V e su questa plateia - basilare nel disegno dell'intero sistema - si attestarono ad angolo retto stenopoi larghi 5,50 metri e si allineò, inserito nelle maglie dell'impianto ortogonale, uno dei tre maggiori templi del mondo greco, il famoso Olympieion, dedicato a Zeus in ringraziamento della prodigiosa vittoria di Imera nel 480. Vittoria che fu soprattutto opera dei tiranni di Siracusa e di Agrigento e che ebbe un'influenza decisiva in ogni campo del successivo sviluppo della Sicilia greca, da quello politico ed economico, a quello culturale e artistico.
A oriente dell'Olympieion, a sud e a nord della plateia che lo limita - sui primi due dei grandi terrazzi in cui fu articolata la città man mano che si saliva di quota - furono sistemate due ampie agorài (e quella superiore sarà in parte occupata da un ginnasio in età di Augusto) mentre, dopo il 480, le migliaia di schiavi e l'immensa ricchezza conseguita a spese dei Cartaginesi permettevano di realizzare i famosi condotti "feaci" descritti da Diodoro (XI, 25,3-4). Una serie di canali sotterranei idonei a captare (alle falde della rupe Atenea e della collina di Girgenti) e a distribuire acqua potabile in tutta l'area urbana e la quale, secondo Giulio Schmidt, avrebbe avuto, in 23 rami, uno sviluppo di almeno 14600 metri. I condotti correvano al fondo, o nelle pareti, di gallerie tagliate nella roccia o costruite (se il terreno era argilloso), alte fino a due metri e ad uno di larghezza, che riversavano le acque residue nell'altrettanto celebrata Kolymbethra, stagno ricco di pesci, di cigni e di uccelli al margine sudoccidentale della città, la quale doveva davvero apparire ai Greci della metà del V secolo come una delle più popolose e ricche poleis del mondo ellenico (Diogene Laerzio, VIII, 63; Pindaro, Olimpiche, II, 20, 96,170; Pitiche, VI, 6,46; Diodoro, XIII, 90, 3).
In definitiva, assistiamo ad Agrigento al consolidarsi e all'affinarsi di principi urbanistici già realizzati a Selinunte sei-sette decenni prima, mentre l'accentuata importanza che vediamo assunta dall'isolato nella pianificazione urbana appare favorita dal fatto che qui le aree sacre preesistenti e da rispettare stavano sulle colline fra le quali si stendeva l'ampia vallata che raccolse la superba città programmata alla fine del VI secolo. Il poggio di San Nicola ne costituiva l'umbone politico e il centro planimetrico. È il tipo di impianto che qualche decennio più tardi sarà rinnovato teorizzato e applicato da Ippodamo da Mileto al Pireo, a Thurioi, a Rodi e che è finito col passare sotto il suo nome.
