Le chiese di Agrigento da visitare con le guide turistiche

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La Valle dei Templi in bella vista da questo hotel ad Agrigento

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MONUMENTI NEL CENTRO STORICO AGRIGENTO

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BASILICA DELLA B.M.V. IMMACOLATA O
DI SAN FRANCESCO D'ASSISI
CONVENTO CHIARAMONTANO DEI FRANCESCANI MINORI
LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLALA CHIESA DI SAN GIACOMO
LA CHIESA DELL'ITRIALA CHIESA DI SANT'ALFONSO
LA BIBLIOTECA LUCCHESIANAIL PALAZZO VESCOVILE

BASILICA DELLA B.M.V. IMMACOLATA O DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

Sorge nella piazza San Francesco, ed è il risultato dell’ultima ristrutturazione effettuata nell’800 della originaria chiesa del XIV sec. Dentro la nicchia centrale si trova la statua di San Francesco in marmo. La Basilica subì gravi danni durante i bombardamenti dell’ultima guerra ed in special modo al soffitto i cui affreschi furono eseguiti da Domenico Provenzani (1736-1791) originario di Palma di Montechiaro. Gli affreschi attuali sono opera del palermitano Sebastiano Consoli. All’interno si distingue:

Secondo il Pirri la chiesa fu voluta da Federico Chiaramonte II, terzogenito di Marchisia Prefolio e signore di Favara, Racalmuto, Siculiana, il Bozzo invece sostiene che la chiesa fu edificata da Marchisia prima del 1295; circa un lustro prima della sua morte. Nel 1313 Costanza Chiaramonte legò come dote alla cappella di famiglia sita nella chiesa 5 botti di vino l’anno. Dal XIII al XVII sec si ha notizia di 5 cappelle: la cappella Chiaramonte, la cappella Montaperto, la cappella Isfar e Corilles, la cappella De Falco e la cappella Porto.

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CONVENTO CHIARAMONTANO DEI FRANCESCANI MINORI

In questo convento vestì l’abito francescano il beato Matteo Cimarra Tra il 1307 e il 1308 Matteo Chiaramonte donò ai francescani il suo palazzo Aedes Magna perché divenisse loro convento. Il convento è notevole per il portale dell’Aula Capitolare affiancato da due eleganti bifore di stile chiaramontano. All’interno si trova un monumento sepolcrale con figura giacente su un sarcofago decorato con rilievi. Si tratta del sarcofago del Macciotto del Porto morto nel 1518 ed è in stile rinascimentale. In alto inserita nella parete si trova una lunetta che circoscrive una Deposizione: la Madonna tiene in braccio Cristo morto; a sinistra figura maschile che regge nella mano sinistra i chiodi e nella destra un telo; a destra figura maschile che regge nella destra la tenaglia; accanto alla Madonna si nota una figura femminile. In origine il monumento funerario si trovava all’interno della chiesa, quindi fu trasferito nell’Aula Capitolare nel 1789 dopo la demolizione dell’antica chiesa. All’interno si trova una bella Cappella chiaramontana, detta Aula Dei, con volte a crociera. Un arco ogivale decorato con motivi a zig-zag e a denti di sega delimita lo spazio absidale. In alto due formelle rettangolari decorate presentano scudi con leoni rampanti. L’atrio del convento in epoca medievale veniva utilizzato per le adunanze del Consiglio Civico, formato dai cittadini. Per chiamare a raccolta i cittadini o i loro rappresentanti si faceva uso del tocco della campana. Il Commissario della corte reale presiedeva alla elezione dei magistrati municipali col metodo dello “squittinio” (sorteggio).Il Convento aveva 36 camere, infermeria e professato. Le rendite provenivano da censi e da terreni. Non risulta che esercitassero la questua. Da Agrigento l’ordine ha preso il predicatore Nicolaus Valle autore del Vallilium Valle, primo dizionario siculo-latino edito nel 1510..Il convento a seguito del reformatio studiorum del 1620 istituì uno studentato provinciale dal quale gli allievi più dotati venivano inviati nei collegi della penisola per il conseguimento del titolo accademico. Il Consiglio Civico nel 1864 ha chiesto al governo di potere usare il convento come sede delle scuole tecniche, il ginnasio, il liceo e il gabinetto di fisica. Nel 1868 il Consiglio provinciale vi istituisce il Museo di Storia Naturale che fu parzialmente distrutto dai bombardamenti il 12 luglio 1943.

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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA

La chiesa è gestita dai Frati Minimi, un ordine mendicante di vita austera fondato nel 1435 da S. Francesco di Paola.

Il settecentesco prospetto è massiccio ed elegante nella sua semplicità. Al centro del frontone posto sopra l’ingresso c’è un ovale con un bel ritratto di San Francesco di Paola.

Le torri campanarie mostrano ancora segni di un progetto elaborato e di una accurata esecuzione. All’interno a unica navata si notano: nel lato sinistro:

nel lato destro:

Nell’edicola dell’altare maggiore si trova una statua lignea di S.Francesco di Paola opera del Bagnasco (1759-1832)

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LA CHIESA DI SAN GIACOMO

Sorge nella piazza omonima, vicino al distretto militare.

Era la chiesa conventuale dei Padri Mercenari Scalzi e fu fondata nel 1615.

L’ordine della Mercede fu fondato nel 1218 a Barcellona da San Pietro Nolasco per raccogliere fondi al fine riscattare i cristiani fatti schiavi dai saraceni e portati in Berberia (Africa mediterranea).

A seguito di una riforma i mercenari si distinsero in Calzati e Scalzi.

Ad Agrigento il convento dei Mercenari Calzati venne edificato sulle macerie delle chiese di San Giuliano e San Luca nel 1583 e successivamente chiuso nel 1666. È presente, ancora oggi, un’elegante apertura gotico-normanna incastonata nel muro di una casa nei pressi della discesa Porto Empedocle accanto alla chiesa-santuario dell’Addolorata alla fine dell’attuale via Garibaldi. Nel 1776 si riedificò una nuova chiesa accanto alla vecchia grazie al finanziamento del sacerdote Libertino Todaro con l’impegno da parte dei frati di alloggiarlo ed accudirlo durante la sua vita.

Forse all’originario edificio appartengono i pilastri angolari in pietra arenaria.

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CHIESA DELL’ITRIA O DELL’ODIGITRIA (GUIDA DELLA VIA)

La chiesa dell’Itria è oggi ridotta a un rudere.
Fu edificata alla fine del ‘500 e presenta ancora il portale d’ingresso tardo manieristico .
Nel 1761 venne ceduta ai Padri Redentoristi che la tennero fino alla prima metà dell’800.
In seguito alla realizzazione della chiesa di Sant’Alfonso la chiesa dell’Itria fu venduta come casalino, insieme al giardino.

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CHIESA DI SANT’ALFONSO

In questa chiesa fu celebrato il matrimonio tra Luigi Pirandello e Antonietta Portulano il 27 gennaio 189
Nel 1839 si iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa di S.Alfonso sotto la direzione dell’architetto Benitvegna.
L’edificio sorse all’interno del baglio dell’Itria, un ampio cortile con orto, dietro alla Biblioteca Lucchesiana, e perché avesse un ingresso nella via Duomo furono sventrati alcuni locali interni.
L’esterno semplice contrasta con la ricchezza dell’interno ad unica navata strutturata in modo che la vista venga gradualmente convogliata verso il centro di attrazione costituito dalla statua di S.Alfonso (XIX sec) posta all’interno dell’Altare Maggiore dove si trovano pure due piccole figure allegoriche rappresentanti la Grazia e la Sapienza. Sono da segnalare a partire dall’ingresso:

Nel lato sinistro:

Nel lato destro:

Sul soffitto Storie di Cristo e Gloria di Sant’Alfonso, opera di autore ignoto del XIX sec.

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BIBLIOTECA LUCCHESIANA

Nonostante le resistenze di quello feudale, anche in Sicilia lo spirito illuministico, nel Settecento, si diffondeva ed esprimeva in opere concrete intese ad una vita dell’uomo più libera e consapevole.
Uno degli aspetti più tipici di tale diffusione,cui il magistero e la pastorale della Chiesa contribuivano, era l’incremento della cultura, della scuola e del loro strumento fondamentale, la biblioteca.
Quella di Agrigento fu la seconda biblioteca pubblica, dopo quella di Catania,nella Sicilia del 700.
Almeno due significativi episodi palermitani vanno citati a ridosso dell’iniziativa agrigentina del vescovo Lucchese Palli: la costruzione della biblioteca benedettina di S.Martino delle Scale affidata all’arch. G.B. D’Amico e conclusa dall’arch. Marvuglia e la costituzione della Biblioteca del Senato. Seguirà l’inaugurazione della Reale Biblioteca oggi Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.
Con un riferimento probabile all’impianto progettuale di G. B. Amico per S. Martino (pianta rettangolare, scaffalatura in due ordini sovrapposti,balconata per la fruizione dei livelli superiori protetta da ringhiera in ferro, scale a lumaca per accedere alle stesse, ecc) il Vescovo Lucchese circa il 1760 dava inizio alla ricostruzione del palazzo vescovile e alla realizzazione nell’ambito di esso della monumentale biblioteca.
Nessun nome emerge in maniera certa come progettista del palazzo, tanto meno per la biblioteca, non essendo altri che un abile artigiano Pietro Carletto che si auto cita sulla base della colonna accanto alla statua del vescovo.
Ma e tuttavia necessario risalire a un modello di cultura architettonica classicista, salvo qualche infiorettatura rococò (le targhe o cartigli sopra ogni scaffale, così come nei timpani arcuati dei balconi all’esterno del palazzo) per capire l’impronta di gusto e i tono cheil Vescovo voleva dare all’ambiente di studio che con tanta passione predisponeva.
Tale cultura è quasi certamente di estrazione palermitana se è vero che solo nel palermitano e proprio ancora nelle scaffalature forse marvugliane e in parte superstiti si S. Martino, si trova qualcosa di analogo: la solennità dell’alzato, soprattutto, a mò di prospetto architettonico a due ordini di stile corinzio con la sola differenza tra le piatte lesene di Agrigento e le aggettanti semicolonne di Palermo.
Che il vescovo, ex vicario a Palermo abbia incaricato il suo architetto di fiducia di prendere contatti, modelli e suggerimenti da Palermo, appare quasi sicuro. Che la cultura e il gusto classicisti con relative valenze ideologiche stesero poi alla base degli interessi del committente è confermato e quasi etichettato da 5 sovra porta dipinti: uno solo dei quali, quello sopra la porta di passaggio tra la sala grande e la sala piccola, appare ancora quasi integro,mentre gli altri sono per la massima parte della loro superficie rovinati o del tutto perduti. Si tratta di pannelli oblunghi, suddivisi in 4 medaglioni entro i quali erano raffigurate teste di grandi personaggi della storia o dei miti di Agrigento. Per esempio, in quello superstite Empedocle, Falaride, Terone, Empedocle II. Le teste dei medaglioni sono rappresentate a monocromato bianco, con forti accentuazioni chiaroscurali: un evidente riferimento alla statuaria antica rafforzato anche dalle pose austere o patetiche ma sempre sostenute e di intento fortemente espressivo. Difficile, almeno al momento,trovare adeguati riscontri nella pittura locale o anche palermitana del periodo.
Con diverso linguaggio, forse perché estratta da latro contesto culturale e precisamente quello messinese, ci si presenta la statua del vescovo, scolpita a Messina, come recita l’iscrizione della base, nel 1767 da un non meglio noto Giuseppe Orlando e collocata nel nicchione in fondo della sala accanto all’ingresso.
Essa sembra voler conciliare ed esprimere tanti fattori umani,psicologici, culturali e di gusto assieme: la nobile dignità fisica e morale del personaggio e del suo ruolo con la viva umanità dello stesso, così come sotto il profilo formale il valore monumentale con quelli di movimento e di plasticità chiaroscurale ancora richiesti dal declinante gusto barocco.
L’intensa ricerca realistica, specie nel volto, con il suo modellato scarno e costruttivo e con qualche nota morelliana che sembra utilizzabile (occhiaie fortemente marcate, labbra, pieghe ai lati della bocca) trovano singolari affinità in alcuni ritratti in marmo dello scultore messinese Ignazio Buceti.
Nella sala grande o sala lignea ha le pareti ricoperte di armadi e scaffali in legno di noce lavorato sistemati su due livelli e divisi in sezioni. In cima ad ogni sezione c’è il titolo della stessa che è indica l’argomento trattato dai libri in essa contenuti.
Ospita libri che trattano di teologia, filosofia,storia e di materie umanistiche in genere.
Il monetiere, oggi vuoto, reca la data del 1761 e il nome del suo autore: Maestro Baldassarre Romano.
Il Vescovo Andrea Lucchesi Palli (1755-1768) fabbricò il Palazzo Vescovile tra la chiesa dell’Itria e la Cattedrale.
Fino ad allora l’abitazione del Vescovo aveva occupato poche stanze vicino alla Cattedrale poi chiamate il Quarto del Cianuro.

Il Vescovo destinò metà del nuovo edificio ad ospitare la biblioteca.

Fino a qualche tempo fa si credeva che la parte strutturale del complesso fosse stata idea dell’architetto Pietro Scicolone di Licata e quella ornamentale esterna del maestro Onofrio Chiarelli.

Recenti studi di Biagio Alessi però fanno ritenere che il Chiarelli si fosse limitato ad eseguire minutamente un pregetto del maestro Domenico Dolcemascolo di Sciacca.

La Biblioteca attaccata alla Casa dei Padri Redentoristi, rappresenta la prima parte del complesso e fu realizzata 10 anni dopo il palazzo vescovile con cui forma un unicum architettonico. Del palazzo vescovile, l’edificio della biblioteca ripete la partitura formale della facciata con balconi dal disegno pressocché identico.

Il prospetto alto e imponente è segnato dall’ordine gigante con paraste lisce localizzate a segnare gli spigoli dell’edificio. La fascia marcapiano posta all’altezza del ballatoio dei balconi ed il cornicione conclusivo (solo di recente è stata aggiunta un’altra elevazione),posto in corrispondenza dell’antico tetto,la delimitano orizzontalmente.
Da notare come il cornicione non è proporzionato, sia per lo sviluppo in altezza che per parcheggio, sull’ordine sottostante, ma assume dimensioni in armonia con l’intera facciata.

La ricerca architettonica-decorativa è tutta concentrata sui balconi collegati verticalmente con aperture sottostanti in asse, contornate da mostre in pietra liscia.

Il sistema balcone-finestra sottostante scandisce il ritmo della facciata che interrompe la sua uniformità con una accentuazione del linguaggio architettonico in corrispondenza dell’ingresso.

Nel ricamo decorativo contornante il balcone, nell’inferriata in ferro lavorato in curva e nelle mensole in pietra tufacea, si appalesa momento normale nell’architettura civile barocca la personalizzazione figurativa e la ricchezza di invenzioni decorative dei maestri lapicidi.

L’edificio della Curia vescovile lo divide dal Palazzo Vescovile. Tale separazione non è solo strutturale ma anche artistica, dovuta ai templi diversi di realizzazione, dato che la costruzione della biblioteca e della Casa dei Redentoristi è di un decennio posteriore a quella del Palazzo Vescovile iniziata nel 1757. Per potere costruire la biblioteca, Mons Lucchese Palli si fece concedere in enfiteusi dalla duchessa Marianna Morreale le terre, il fabbricato e il giardino ricadenti nell’area del castello arabo.

La biblioteca fu donata dal Vescovo alla città nel 1765 e la cura venne affidata in seguito ai padri Liguorini. Comprendeva 18000 volumi oggetti di antiquariato ed un ricco medagliere e monetiere con monete greche, romane e siciliane. Joseph Hermann von Riedesel barone di Eisenbach potè vedere la raccolta numismatica di Mons. Lucchese Palli nel 1767 vivente ancora il vescovo e nel suo Viaggio per la Sicilia e la Magna Grecia cita che comprendeva 1200 monete (la serie degli imperatori completa, le monete consolari in bronzo, quelle di tutte le città siciliane in argento, molte monete puniche in oro; ma la cosa più rara sono 4 patere in oro, due di esse con figure di buoi lavorate a sbalzo in stile egizio trovate in una tomba antica e usate per il culto del dio Api).

Jean Baptiste Houel che fu in Sicilia nel 1770 e nel 1776 ripete la descrizione del Riedesel, ma parla solo di 2 patere e afferma che erano state trovate a S.Angelo Muxaro.

Raffaello Politi nella sua Guida di Girgenti riferisce che le monete e le 4 tazze d’oro da un trentennio erano state scambiate o regalate da colui che le aveva custodite. Pare che colui che le avesse disperse sia stato il padre liguorino Calogero Cagnina.

Oggi la patera decorata a sbalzo con buoi si trova esposta al British Museum di Londra. Le altre sono andate perdute.

La biblioteca è al centro della vicenda de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello fin dalle prime pagine, ma lo scrittore ne cambia alcuni connotati come l’anno della donazione che diventa 1803 e il nome del donatore che si chiama mons. Boccamazza (senza nome, ma cognome inventato sul ricordo del volto della statua marmorea?) e perfino quello della chiesa della Madonna dell’Itria divenuta nel romanzo Santa Maria Liberale. Mattia Pascal lasciò il manoscritto della sua autobiografia alla biblioteca con l’obbligo che nessuno potesse aprirlo se non 50 anni dopo la sua terza,ultima e definitiva morte.

Parla di molti libri accatastati in un vasto e umido magazzino (quelli degli ordini religiosi soppressi nel 1866). Don Eligio Pellegrinotto, il bibliotecario del romanzo, uscito nel 1904, potrebbe essere identificato con don Giacomo Monelli con don Alfonso Grimaldi.

Ne I vecchi e giovani la lucchesiana è associata al nome di Vincente De Vincentis, fratello di Nini che alcuni identificano con Antonio De Gubernatis. Vincente però sarebbe l’arabista in cui si intravede Giuseppe Picone che da sé aveva appreso l’arabo e aveva studiato i manoscritti della lucchesiana. Ricorda Lucchese Palli con il solo titolo di conte e non come fondatore della biblioteca.

Nella visita al principe Ippolito Laureano, mons Montuoro (sotto il cui nome è rappresentato il vescovo Blandini, ma per la figura fisica e per alcuni aspetti contaminato con mons Turano, suo predecessore) è accompagnato proprio da Vincente De Vincentis, l’arabista che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s’era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi in cui quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l’altro di quei benedetti codici arabi,restava muto come un pesce.

Uno, nessuno, centomila è pure ambientato in Agrigento che è denominata Richieri; vi si trovano la badia grande di Santo Spirito, i salone dei ritratti del Palazzo Vescovile, alcuni scorci paesaggistici agrigentini ed anche qualche personaggio storico come il Vecovo Blandini, manca però del tutto la biblioteca lucchesiana.

Anche Leonardo Sciascia parla della biblioteca sempre collegandola a Pirandello e lamenta il suo abbandono.

Sergio Campailla nel suo Paradiso Terrestre che è ambientato in Agrigento e nei suoi dintorni, parla anche della biblioteca.

Gesualdo Bufalino nel 1990 tenne un discorso in occasione della cerimonia di riapertura della biblioteca.

Nella lapide posta all’ingresso della biblioteca si legge:
Andrea conte Lucchese Palli, Vescovo di Agrigento, apre al pubblico la sua biblioteca ogni giorno feriale, due ore prima e due ore dopo il mezzogiorno. Tutti possono entrare liberamente, ma nessuno lo faccia di nascosto. Nessuno prenda da sé dagli scaffali il libro che vuole, ma lo richieda al personale e lo tratti bene, non lo danneggi con tagli e colpi di punteruolo, non vi scriva delle note, non ci metta dei segnalibri e n non strappi i fogli. Non si ci appoggi sopra e se si deve scrivere, non ci si metta sopra la carta, e l’inchiostro e la sabbia si tengano lontani a destra. Il chiacchierone, il pigro, lo sfaccendato stiano lontani. Si tenga il silenzio e non si disturbino gli altri leggendo ad alta voce. Chi va chiuda i libro; se è piccolo lo lasci sul tavolo e chiami l’addetto. Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso.

Nel 1866 con la soppressione dei conventi, le loro biblioteche furono incamerate dallo Stato e assegnate ai Comuni e i libri dei conventi agrigentini soppressi furono portati alla Lucchesiana.

Appropriatosi della biblioteca, il Comune acquistò dal demanio i locali dei Liguorini, cioè il secondo piano dell’edificio, sopra la biblioteca, dove si istallò prima una Caserma dei Carabinieri e poi la Guardia di Finanza. Gli stessi locali furono nuovamente occupati dai Liguorini nel 1914.

Durante la seconda guerra mondiale il materiale più prezioso della biblioteca fu portato in luoghi sicuri.
La parte preziosa della collezione libraria che oggi ammonta a 47000 volumi è costituita da 350 manoscritti in greco e latino, da 32 codici arabi (di argomento geografico, di giurisprudenza e di morale), 82 incunaboli, 3000 cinquecentine.

Nel salone centrale si nota una bellissima scaffalatura in legno di noce,opera settecentesca dello scultore P. Carletto
Tale apparato è alleggerito in alto da una balconata di gran pregio.

Tra la sala lignea e la sala che ospita la direzione della biblioteca si trova un locale che è messo in comunicazione con i primi due da due porte rientrate di cui una è originale. Sulle pareti rientrate si notano bellissimi affreschi in stile veneziano del ‘700.

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IL PALAZZO VESCOVILE

Dopo la Biblioteca Lucchesiana e la Curia, si trova l’Episcopio o palazzo Vescovile, una delle più belle e meglio conservate realizzazioni dell’architettura civile agrigentina del Settecento.
L’originario palazzo vescovile, costruito nell’XI sec. dal vescovo Gerlando aveva subito nel corso dei secoli ampliamenti e modifiche.
Danneggiato dal terremoto del 1693 era stato immediatamente ripristinato ad opera dell’arch. Simone Mancuso.
Nel secolo successivo fu mons. Lucchese Palli ad operarvi consistenti trasformazioni sia nel prospetto che nell’interno. Il progetto fu eseguito dall’arch. Domenico Dolcemascolo di Sciacca nel 1757.
I balconi furono eseguiti da Maestro Diego Pennica nel 1755,mentre il Maestro Filippo Zirafa si occupò negli stessi anni della trasformazione dell’appartamento vescovile
Splendido il portale d’ingresso delimitato da due eleganti colonne sorreggenti l semplice balcone dominato da un timpano aperto al centro contenente lo stemma del Vescovo Andrea Lucchese Palli contornato da due puttini.

Si deve al Vescovo Mons. Saverio Granata morto nel 1817, messinese, dei Chierici regolari Teatini, il rifacimento dello scalone d’ingresso all’episcopio, dove in una nicchia è stata posta la bella statua marmorea di S. Maria di Monserrato della scuola di Domenico Gagini.

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