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La biblioteca Lucchesiana si trova nel del Centro Storico di Girgenti

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In Sicilia, nel Settecento, si diffondeva lo spirito illuministico che proponeva concretamente una vita dell'uomo più libera e consapevole nonostante le resistenze del mondo feudale.

Uno degli aspetti più tipici di tale diffusione sono il magistero e la pastorale della Chiesa che contribuivano, all'incremento della cultura, della scuola e del loro strumento fondamentale, la biblioteca.

Quella di Agrigento fu la seconda biblioteca pubblica, dopo quella di Catania,nella Sicilia del 700.

Almeno due significativi episodi palermitani vanno citati a ridosso dell'iniziativa del vescovo di Agrigento Lucchesi Palli: la costruzione della biblioteca benedettina di S.Martino delle Scale affidata all'arch. G.B. D'Amico e conclusa dall'arch. Marvuglia e la costituzione della Biblioteca del Senato. Seguirà l'inaugurazione della Reale Biblioteca oggi Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.

Con un riferimento probabile all'impianto progettuale di G. B. Amico per S. Martino (pianta rettangolare, scaffalatura in due ordini sovrapposti, balconata per la fruizione dei livelli superiori protetta da ringhiera in ferro,scale a lumaca per accedere alle stesse, ecc) il Vescovo Lucchesi nel 1760 dava inizio alla ricostruzione del palazzo vescovile e alla realizzazione nell'ambito di esso della monumentale biblioteca.

Nessun nome emerge in maniera certa oltre al progettista del palazzo, tanto meno per la biblioteca, non essendo altri che un abile artigiano Pietro Carletto che si auto cita sulla base della colonna accanto la statua del vicario

Ma è tuttavia necessario risalire a un modello di cultura architettonica classicista, salvo qualche infiorettatura rococò (le targhe o cartigli sopra ogni scaffale, così come nei timpani arcuati dei balconi all'esterno del palazzo) per capire l'impronta di gusto e i tono che il prelato voleva dare all'ambiente di studio che con tanta passione predisponeva.

Tale cultura è quasi certamente di estrazione palermitana se è vero che solo nel palermitano e proprio ancora nelle scaffalature forse marvugliane e in parte superstiti di S. Martino, si trova qualcosa di analogo: la solennità dell'alzato, soprattutto, a mò di prospetto architettonico a doppio ordine di stile corinzio con la sola differenza tra le piatte lesene di Agrigento e le aggettanti semicolonne di Palermo.

Che il presule, ex vicario a Palermo abbia incaricato il suo architetto di fiducia di prendere contatti, modelli e suggerimenti da Palermo, appare quasi sicuro. Che la cultura e il gusto classicisti con relative valenze ideologiche stesero poi alla base degli interessi del committente è confermato e quasi etichettato da 5 sovra porta dipinti: uno solo dei quali, quello sopra la porta di passaggio tra la sala grande e la sala piccola, appare ancora quasi integro,mentre gli altri sono per la massima parte della loro superficie rovinati o del tutto perduti. Si tratta di pannelli oblunghi, suddivisi in 4 medaglioni entro i quali erano raffigurate teste di grandi personaggi della storia o dei miti di Agrigento. Per esempio, in quello superstite Empedocle, Falaride, Terone, Empedocle II. Le teste dei medaglioni sono rappresentate a monocromato bianco, con forti accentuazioni chiaroscurali: un evidente riferimento alla statuaria antica rafforzato anche dalle pose austere o patetiche ma sempre sostenute e di intento fortemente espressivo. Difficile, almeno al momento, trovare adeguati riscontri nella pittura locale o anche palermitana del periodo.

Con diverso linguaggio, forse perché estratta da latro contesto culturale e precisamente quello messinese, ci si presenta la statua del presule, scolpita a Messina, come recita l'iscrizione della base, nel 1767 da un non meglio noto Giuseppe Orlando e collocata nel nicchione in fondo la sala accanto all'ingresso.

Essa sembra voler conciliare ed esprimere tanti fattori umani,psicologici, culturali e di gusto assieme: la nobile dignità fisica e morale del personaggio e del suo ruolo con la viva umanità dello stesso, così come sotto il profilo formale il valore monumentale con quelli di movimento e di plasticità chiaroscurale ancora richiesti dal declinante gusto barocco.

L'intensa ricerca realistica, specie nel volto, con il suo modellato scarno e costruttivo e con qualche nota morelliana che sembra utilizzabile (occhiaie fortemente marcate, labbra, pieghe ai lati della bocca) trovano singolari affinità in alcuni ritratti in marmo dello scultore messinese Ignazio Buceti.

La sala grande o lignea ha le pareti ricoperte di armadi e scaffali in legno di noce lavorato sistemati su doppio livello e divisi in sezioni. In cima ad ogni sezione c'è il titolo della stessa che è indica l'argomento trattato dai libri in essa contenuti.

Ospita libri che trattano di teologia, filosofia,storia e di materie umanistiche in genere.

Il monetiere, oggi vuoto, reca la data del 1761 e il nome dell'autore: Maestro Baldassarre Romano.

Il vicario Andrea Lucchesi Palli (1755-1768) fabbricò il Palazzo Vescovile tra la chiesa dell'Itria e la Cattedrale e destinò metà del nuovo edificio per la biblioteca.

Fino ad allora l'abitazione del prelato aveva occupato poche stanze vicino la Cattedrale poi chiamate il Quarto del Cianuro.

Fino a qualche tempo fa si credeva che la parte strutturale del complesso fosse stata idea dell'architetto Pietro Scicolone di Licata e quella ornamentale esterna del maestro Onofrio Chiarelli.

Recenti studi di Biagio Alessi però fanno ritenere che il Chiarelli si fosse limitato ad eseguire minutamente un progetto del maestro Domenico Dolcemascolo di Sciacca.

La Biblioteca è adiacente la Casa dei Padri Redentoristi, rappresenta la prima parte del complesso e fu realizzata 10 anni dopo il palazzo vescovile con in quale forma un unicum architettonico. Del palazzo vescovile, l'edificio della biblioteca ripete la partitura formale della facciata con balconi dal disegno pressoché identico.

Il prospetto alto e imponente è segnato dall'ordine gigante con paraste lisce localizzate a segnare gli spigoli dell'edificio. La fascia marcapiano posta all'altezza del ballatoio dei balconi ed il cornicione conclusivo (solo di recente è stata aggiunta un'altra elevazione),posto in corrispondenza dell'antico tetto,la delimitano orizzontalmente.

Da notare il cornicione che è sproporzionato, sia per lo sviluppo in altezza che per parcheggio, sull'ordine sottostante, ma assume dimensioni in armonia con l'intera facciata.

La ricerca architettonica-decorativa è tutta concentrata sui balconi collegati verticalmente con aperture sottostanti in asse, contornate da mostre in pietra liscia.

Il sistema balcone-finestra sottostante scandisce il ritmo della facciata che interrompe la sua uniformità con una accentuazione del linguaggio architettonico in corrispondenza dell'ingresso.

Nel ricamo decorativo contornante il balcone, nell'inferriata in ferro lavorato in curva e nelle mensole in pietra tufacea, si appalesa l'architettura civile barocca con la personalizzazione figurativa e la ricchezza di invenzioni decorative dei maestri lapicidi.

L'edificio della Curia vescovile lo divide dal Palazzo Vescovile. Tale separazione non è solo strutturale ma anche artistica, dovuta ai templi diversi di realizzazione, dato che la costruzione della biblioteca e della Casa dei Redentoristi è di un decennio posteriore a quella del Palazzo Vescovile iniziata nel 1757. Per potere costruire la biblioteca, Mons Lucchesi Palli si fece concedere in enfiteusi dalla duchessa Marianna Morreale le terre, il fabbricato e il giardino ricadenti nell'area del castello arabo.

La biblioteca fu donata dal Vescovo nel 1765 e la cura venne affidata in seguito ai padri Liguorini. Comprendeva 18000 volumi oggetti di antiquariato ed un ricco medagliere e monetiere con monete greche, romane e siciliane. Joseph Hermann von Riedesel barone di Eisenbach poté vedere la raccolta numismatica di Mons. Lucchesi Palli nel 1767 vivente ancora il vescovo e nel suo Viaggio per la Sicilia e la Magna Grecia cita che comprendeva 1200 monete (la serie degli imperatori completa, le monete consolari in bronzo, quelle di tutte le città siciliane in argento, molte monete puniche in oro; ma la cosa più rara sono 4 patere in oro, due di esse con figure di buoi lavorate a sbalzo in stile egizio trovate in una tomba antica e usate per il culto del dio Api).

Jean Baptiste Houel che fu in Sicilia nel 1770 e nel 1776 ripete la descrizione del Riedesel, ma parla solo di 2 patere e afferma che erano state trovate a S.Angelo Muxaro.

Raffaello Politi nella sua Guida di Girgenti riferisce che le monete e le 4 tazze d'oro da un trentennio erano state scambiate o regalate da colui che le aveva custodite. Pare che colui che le avesse disperse sia stato il padre liguorino Calogero Cagnina.

La biblioteca è al centro della vicenda de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello fin dalle prime pagine, ma lo scrittore ne cambia alcuni connotati come l'anno della donazione che diventa 1803 e il nome del donatore che si chiama mons. Boccamazza (senza nome, ma cognome inventato sul ricordo del volto della statua marmorea?) e perfino quello della chiesa della Madonna dell'Itria divenuta nel romanzo Santa Maria Liberale. Mattia Pascal lasciò il manoscritto della sua autobiografia alla biblioteca con l'obbligo che nessuno potesse aprirlo se non 50 anni dopo la sua terza, ultima e definitiva morte.

Parla di molti libri accatastati in un vasto e umido magazzino (quelli degli ordini religiosi soppressi nel 1866). Don Eligio Pellegrinotto, il bibliotecario del romanzo, uscito nel 1904, potrebbe essere identificato con don Giacomo Monelli con don Alfonso Grimaldi.

Ne I vecchi e giovani la lucchesiana è associata al nome di Vincente De Vincentis, fratello di Ninì che alcuni identificano con Antonio De Gubernatis. Vincente però sarebbe l'arabista in cui si intravede Giuseppe Picone che da sé aveva appreso l'arabo e aveva studiato i manoscritti della lucchesiana. Ricorda Lucchese Palli con il solo titolo di conte e non quale fondatore della biblioteca.

Nella visita al principe Ippolito Laureano, mons Montuoro (sotto il cui nome è rappresentato il vescovo Blandini, ma per la figura fisica e per alcuni aspetti contaminato in precedenza da mons Turano) è accompagnato proprio da Vincente De Vincentis, l'arabista che aveva lasciato quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo vescovile e s'era sfogato a parlare per tutti i giorni e i mesi, quasi avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio e l'altro di quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.

Uno, nessuno, centomila è pure ambientato in Agrigento che è denominata Richieri; vi si trovano la badia grande di Santo Spirito, il salone dei ritratti del Palazzo Vescovile, alcuni scorci paesaggistici agrigentini e qualche personaggio storico come il Vecovo Blandini, manca però del tutto la biblioteca lucchesiana.

Leonardo Sciascia parla della biblioteca sempre collegandola a Pirandello e lamenta l' abbandono.

Sergio Campailla nel suo Paradiso Terrestre che è ambientato in Agrigento e nei suoi dintorni, cita la biblioteca.

Gesualdo Bufalino nel 1990 tenne un discorso in occasione della cerimonia di riapertura della biblioteca.

Nella lapide posta all'ingresso della biblioteca si legge: Andrea conte Lucchese Palli, Vescovo di Agrigento, apre al pubblico la sua biblioteca ogni giorno feriale, 2 ore prima e 2 ore dopo il mezzogiorno. Tutti possono entrare liberamente, ma nessuno lo faccia di nascosto. Nessuno prenda da sé dagli scaffali il libro che vuole, ma lo richieda al personale e lo tratti bene, non lo danneggi con tagli e colpi di punteruolo, non vi scriva delle note, non ci metta dei segnalibri e n non strappi i fogli. Non si ci appoggi sopra e se si deve scrivere, non ci si metta sopra la carta, e l'inchiostro e la sabbia si tengano lontani a destra. Il chiacchierone, il pigro, lo sfaccendato stiano lontani. Si tenga il silenzio e non si disturbino gli altri leggendo ad alta voce. Chi va chiuda i libro; se è piccolo lo lasci sul tavolo e chiami l'addetto. Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso.

Nel 1866 con la soppressione dei conventi, le loro biblioteche furono incamerate dallo Stato e assegnate ai Comuni e i libri dei conventi agrigentini soppressi furono portati nella Lucchesiana.

Appropriatosi della biblioteca, il Comune acquistò dal demanio i locali dei Liguorini, cioè il secondo piano dell'edificio, sopra la biblioteca, dove si istallò prima una Caserma dei Carabinieri e poi la Guardia di Finanza. Gli stessi locali furono nuovamente occupati dai Liguorini nel 1914.

Durante la seconda guerra mondiale il materiale più prezioso della biblioteca fu portato in luoghi sicuri.

La parte preziosa della collezione libraria che oggi ammonta a 47000 volumi è costituita da 350 manoscritti in greco e latino, da 32 codici arabi (di argomento geografico, di giurisprudenza e di morale, 82 incunaboli, 3000 cinquecentine.

Nel salone centrale si nota una bellissima scaffalatura in legno di noce, opera settecentesca dello scultore P. Carletto.

Tale apparato è alleggerito in alto da una balconata di gran pregio.

Tra la sala lignea e quella che ospita la direzione della biblioteca si trova un locale che è messo in comunicazione con i primi due da altrettante porte rientrate di cui una è originale. Sulle pareti rientrate si notano bellissimi affreschi in stile veneziano del ‘700.

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